Terra promessa: da titolo di un convegno a speranza reale

Non hanno avuto nessuna notizia dell’accordo che li riguarderebbe e che due giorni fa era stato annunciato dal governo libico e da quello italiano, i rifugiati eritrei rinchiusi nel centro di detenzione di Al Braq, nel sud della Libia vicino al confine con il Niger, che hanno chiesto il riconoscimento del diritto d’asilo.

Non ha dunque conclusione degna di un essere umano l’odissea che vede al centro oltre duecento eritrei, donne, bambini e uomini, che da un anno e mezzo vengono sballottati da un carcere all’altro della Libia colpevoli solo di essere fuggiti dall’Eritrea e di cercare una terra dove vivere in pace.

Alcuni erano stati arrestati perché già abitavano in Libia, altri sono stati presi nelle città e altri ancora sono stati respinti dall’Italia. La loro si situazione è precipitata nella notte tra il 30 giugno e il 1 luglio, quando all’interno del Centro di Misurata, dove erano stati rinchiusi,si è sparsa la voce che volessero rimpatriarli. Immediata è scoppiata la rivolta, subito repressa e conclusasi con la deportazione in massa nel carcere di Al Braq. Sono seguiti atti di violenza accompagnati da torture che hanno colpito in modo indiscriminato un po’ tutti i prigionieri che, oltre tutto si trovano in condizioni igienico – sanitarie alquanto precarie.

Questo fatto gravissimo che si sta svolgendo sotto i nostri occhi un po’ distratti dal pallone e dai pettegolezzi dei Palazzi romani, ripropone in modo urgente il ruolo dell’informazione. Non a caso a Roma si è svolto proprio in questi giorni un Convegno, organizzato dalla Comunità di S.Egidio, dal significativo titolo: “Terra promessa. Media e immigrazione: informazione, rappresentazione e linguaggio”. “Media e immigrazione – scrivono i promotori dell’iniziativa – vivono un rapporto difficile, spesso falsato dalla lente deformante dell’ideologia o dello scontro politico. Eppure il tema dell’immigrazione in Italia e di come viene raccontata è uno snodo centrale nel futuro del Paese”. Un dato significativo per tutti: su 5684 servizi televisivi che negli ultimi mesi hanno affrontato il tema dell’immigrazione, solo 26 non legavano il fenomeno al problema della sicurezza. Non è un caso se, quando parla di stranieri, il giornalismo italiano usa troppo spesso termini come emergenza, allarme e criminalità, cadendo nella trappola di vedere l’altro come un nemico invece di cogliere l’accezione positiva dell’immigrazione.

“Abbiamo accidentalmente saputo dell’accordo in base al quale ci sarebbe un lavoro in Libia – ha chiarito un rifugiato eritreo all’Agenzia MISNA – ma non vogliamo restare in Libia, dove per altro mancano garanzie adeguate sul rispetto dei diritti umani. Chiediamo di andare in Europa o in qualunque altro paese africano ad eccezione dell’Eritrea, da dove siamo fuggiti. In ogni caso fate qualcosa perché qui non si tratta solo di essere deportati, ma stiamo davvero morendo nel deserto”.

Speriamo che il seppur tardivo intervento giornalistico di questi giorni riesca a compiere il miracolo e a salvare la vita dei 204 eritrei deportati. Rimane l’amara constatazione di come manchi la consapevolezza che, dietro a queste vicende, ci sono uomini, donne e bambini che soffrono.