Riconoscere il sacerdozio dei battezzati

Questo articolo del teologo Jean Rigal, pubblicato sul quotidiano cattolico "La Croix" del 15 gennaio 2011, aiuta ad andare alla radice della comunione e della corresponsabilità nella Chiesa.

Non è raro oggi sentir parlare della Chiesa in termini di declino, di invecchiamento, di discredito, di ripiegamento identitario. Il fatto che certi si sforzino di relativizzare questa diagnosi evocando la situazione di altri continenti non cambia affatto la realtà che stiamo vivendo, in Francia e nella maggior parte dei paesi occidentali. Del resto la Lettre aux catholiques de France, già nel 1996, riconosceva questa situazione: "Non possiamo più nascondere gli indizi preoccupanti che riguardano la diminuzione della pratica religiosa, la perdita di una certa memoria cristiana, e le difficoltà della trasmissione. Nella nostra società è in discussione il futuro della fede."

La Chiesa non può accontentarsi di prendere atto di questa realtà. È tenuta a reagire. Nello specifico, la tentazione maggiore è quella di cercare le cause del deperimento al di fuori dell'istituzione ecclesiale: diffusione della secolarizzazione, difficoltà di impegnarsi, soprattutto a lungo termine, individualismo diffuso, perseguimento del profitto e del benessere... E anche se queste constatazioni sono, in parte, fondate, è improduttivo limitarsi a constatare. Soprattutto, questo può facilmente tranquillizzarci e convincerci che non bisogna cambiare nulla nella Chiesa, che bisogna mantenere quello che c'è il più a lungo possibile, senza rimettere in discussione una maniera di "fare Chiesa" che può essere inadatta nel tempo e per il tempo in cui viviamo.

La comunità ecclesiale non è così totalmente sguarnita da non potervi far fronte. Per i cattolici, le aperture del Concilio Vaticano II sono un riferimento preciso che, ad oggi, siamo ben lontani dall'aver messo in atto. La costituzione Lumen gentium insegna che la comunità dei cristiani è primaria rispetto alla diversità degli incarichi e dei servizi. Il Concilio ha rivalorizzato "il sacerdozio comune" dei battezzati che si esercita nell'ascolto della Parola di Dio, nella celebrazione e nella missione (n. 10-12). Questa è una via di apertura al futuro la cui applicazione dipende interamente da noi, con la forza dello Spirito.

In realtà, su questo punto, il Vaticano II non fa altro che riattualizzare, per il nostro tempo, ciò che ci insegna il Nuovo Testamento sulla Chiesa delle origini. Al tempo degli apostoli, non si parla mai del "sacerdozio dei preti". Questo linguaggio restrittivo è apparso solo a partire dall'inizio del terzo secolo. Nel Nuovo Testamento, la parola "sacerdozio" è riservata a Cristo nella Lettera agli Ebrei, e al popolo dei battezzati nella prima Lettera di Pietro e nell'Apocalisse. A diverse riprese, l'apostolo Paolo si esprime in "consonanza" con questo insegnamento. Ad esempio scrive ai cristiani di Corinto: "Santo è il tempio di Dio e questo tempio siete voi" (3,17). "Il regno di sacerdoti" di cui parla l'Apocalisse, o "il popolo dei sacerdoti" come cantiamo noi talvolta, è quindi abilitato a "far salire a Dio l'azione di grazie", per riprendere una formula di San Paolo.

Senza idealizzare esageratamente la Chiesa primitiva, si vede quindi fiorire, in queste prime comunità cristiane, una grande diversità di ministeri, in rapporto con i "Dodici" apostoli e i responsabili delle Chiese "da loro stabiliti per succedere loro", secondo l'espressione di Clemente di Roma alla fine del I secolo. È proprio questa l'insistenza del Vaticano II: mettere in rilievo la vocazione comune dei cristiani, in virtù di una uguaglianza fondamentale di tutti i battezzati. Dare tutta la sua importanza alla "vocazione battesimale" è fondamentale agli occhi del Concilio ed apre vie nuove. È urgente trarne le conseguenze immaginando altre forme di vita ecclesiale.

A diverse riprese, il libro degli Atti degli Apostoli indica quali sono gli elementi costitutivi di una comunità di discepoli secondo il Vangelo. Comporta quattro elementi fondamentali: l'insegnamento degli Apostoli che riguardava, all'inizio almeno, gli avvenimenti della vita, della morte e della resurrezione di Gesù, la comunione fraterna, la frazione del pane in memoria del Signore, e infine le preghiere.

Queste piccole comunità di discepoli appaiono come una fonte di rinnovamento e di speranza in rapporto con il nostro tempo. Il Sinodo romano del 1987 chiedeva che le si moltiplicasse, precisando così il loro contenuto: "Comunicarsi reciprocamente la Parola di Dio ed esprimersi nelservizio dell'amore." Ma queste due componenti non sono limitative. Queste comunità prenderanno forme diverse, legate alle diversità dei loro membri e al contesto sociale ed ecclesiale nel quale si inseriscono e di cui devono tener conto.

Non mancheranno di sorgere delle obiezioni. Bisognerà stare attenti a quelle che provengono da un mondo clericale (composto di ministri ordinati ma anche di laici) preoccupato di preservare l'esercizio del potere che ancora detiene. Non si dovranno sottovalutare le minacce "settarie" di comunità ripiegate su se stesse. Questo rischio è reale, ma non insormontabile, nella misura in cui tali comunità non restano isolate, ma partecipano ad incontri più ampi che possono a loro volta animare, sono in rapporto con il ministero globale del vescovo e di preti a servizio dell'unità e dell'universalità della Chiesa.

Tale volontà pastorale non ha lo scopo di ovviare alla diminuzione numerica, che sarebbe una prospettiva poco stimolante ed incerta. Affronta il problema in modo diverso. Si tratta, piuttosto, di "fare Chiesa" in modo nuovo e di permettere ai cristiani di esercitare, con pieno diritto, il sacerdozio battesimale, che troppo a lungo è stato loro confiscato.