Beati voi poveri

library-folder-white-iconLa logica del «nostro» di cui si parla nell’editoriale di questa settimana, più volte richiamata anche dal nostro vescovo, non nasce da un pallido teorema, da un’astrazione concettuale. Non è un imperativo categorico da dimostrare e applicare. Ci si arriva contemplando il volto di Dio e del prossimo. «Cristo non amò come un cultore di etica una teoria del bene, bensì amò l’uomo reale» (Dietrich Bonhoeffer). Perciò, proponiamo un commento del biblista Silvano Fausti alla beatitudine di Luca: è la Parola che ci educa, ci cambia dentro, ci fa vedere con occhi nuovi.

 

Gesù si congratula con i poveri e fa loro le felicitazioni, perché a loro è donato il Regno. Dio compie in loro favore la sua promessa (Isaia 61,1). Non perché siano bravi e abbiano quella povertà spirituale (=umiltà) che rende l’uomo gradito a Dio.

Sono poveri reali che hanno fame e cambiano. La loro beatitudine consiste nel fatto che Dio interviene in loro favore, perché è suo dovere difendere il povero. Infatti è padre che ama tutti i suoi figli. Il suo amore, non i loro meriti, lo fa intervenire in loro favore.

Nel Nuovo Testamento, alla luce della croce, la povertà assume un significato totalmente positivo. Nel suo aspetto di bisogno, dipendenza e disonore, porta, attraverso l’umiliazione, all’umiltà e alla fiducia in Dio. Al contrario la ricchezza, attraverso l’autosufficienza, la sazietà e il riso di autocompiacimento, porta alla vanagloria, alla superbia e alla fiducia in sé.

Le felicitazioni per i poveri si fanno compianto per i ricchi. Vengono chiamati «voi» per simmetria con le beatitudini che sono rivolte ai discepoli. In realtà il cuore «padronale» è sempre almeno in agguato anche nel discepolo.

«Guai» è un lamento di compianto che Gesù rivolge ai ricchi per avvertirli di un male di cui non si rendono conto.

I beni sono un dono di Dio. Il «possederli» invece di «donarli» è chiudere il cuore alla misericordia verso i fratelli ed escludersi dal circolo della misericordia del Padre. L’uso corretto dei beni è indicato da Luca soprattutto al c. 16, dopo le parabole della misericordia (c. 15).

Il male delle ricchezze non consiste nel fatto che siano cattive. Tutte le cose sono buone, «dono» di Dio all’uomo. Il loro «possesso» è cattivo perché le nega come dono. I beni posseduti non richiamano più il Donatore, e sono tagliati fuori dalla loro sorgente.

Il dono sostituisce il Donatore, le cose diventano Dio, il loro possesso fine della vita, il loro accumulo surrogato di consolazione. Per questo rendono miopi sul vero senso della vita e delle cose stesse e chiudono l’uomo nell’idolatria.

«L’attaccamento al denaro è la radice di tutti i mali» (1 Timoteo 6,10), perché non si può servire a due signori: o Dio o Mammona (Luca 16,13). L’avarizia è la vera idolatria (Efesini 5,5), perché mette il denaro al posto di Dio, principio e fine della vita.

Il denaro, da semplice mezzo di scambio, diventa mediatore universale e onnipotente di possesso: è il dio di questo mondo. Come ogni idolo, promette per poi deludere mortalmente e uccidere chi ha allettato (vedi la morte di Giuda in Matteo 27,3-10; Atti 1,18).

Il denaro discrimina tra l’economia del dono e della vita e quella del possesso e della morte.

(Tratto da, Una comunità legge il Vangelo di Luca, EDB)