Quale verità?

Una delle parole che ricorrono con maggiore frequenza nei discorsi legati alla sfera religiosa è «verità».

Spesso la si usa come una sorta di arma per porre fine a una controversia: la posizione diversa dalla propria viene considerata illegittima «in nome della verità».

Si squalificano così l’interlocutore e le sue ragioni, di solito con il ricorso a qualche documento magisteriale o alla parola di qualche alto prelato. Nei media, come in parecchi contesti ecclesiali, si incontrano cattolici che si esprimono per citazioni, ripetendo solo quanto già affermato e certificato da qualche testo «ufficiale».

 

Trovo che in questo modo di fare ci sia un grosso problema, soprattutto quando si accompagna a un atteggiamento polemico, aggressivo, di svalutazione degli altri. In nome della verità, naturalmente.

 

Per la Chiesa cattolica è necessario produrre dei documenti che presentino autorevolmente il suo messaggio. Ciò non toglie che l’eccesso di tali documenti è una selva, dove non si distingue quel che è necessario e irrinunciabile dal provvisorio. Non dimentichiamo che nel corso della storia il magistero ha cambiato parere su tante questioni.

 

Il rischio è presentare il cristianesimo come qualcosa di pesante, statico, complicato e poco accessibile. Inoltre, si perdono di vista le zone grigie, inevitabili quando si passa dai principi generali alla loro applicazione nelle situazioni particolari, come nel campo della bioetica. È invece necessario mantenere aperti la riflessione e il confronto, perché non abbiamo in tasca le risposte pronte a tutto.

 

C’è poi un altro aspetto, più profondo. La verità non è la «somma dei documenti», un insieme di affermazioni scritte. Per il cristiano, Gesù in persona è via, verità e vita. Verità è vivere in Cristo, diventare Cristo aprendosi allo Spirito. I documenti sono uno strumento di grande importanza che la Chiesa si dà, ma non un assoluto o un fine. La verità prende corpo nell’uomo, in tutto l’uomo.

 

Anche Gandhi poneva al centro della sua azione politica nonviolenta la verità; la definiva una ricerca in cui l’autentica conoscenza si raggiunge nel pensiero, nelle parole e nelle azioni. «La mia vita è il mio messaggio», diceva.

 

Come riconoscere questa verità?

Ai tempi dei padri del deserto, Abba Macario disse: «Se quando rimproveri qualcuno ti lasci muovere dall’ira, soddisfi una tua passione». E un anziano chiese a un fratello: «Quanti giorni hai trascorso senza dir male di tuo fratello, senza giudicare il prossimo e senza far uscire dalle tue labbra una parola inutile?».

 

Col pretesto di difendere Dio e la Chiesa, gli appelli alla verità all’insegna del conflitto e della condanna sono in realtà un modo per imporre se stessi e gratificare il proprio ego. È bello sentirsi paladini della verità contro qualcuno…«L’eucaristia ci dice che la nostra religione è inutile senza il sacramento della misericordia», ammoniva invece Annalena Tonelli.

 

Pur nella fermezza di fronte al male e all’ingiustizia, i segni della verità sono l’umiltà, il lasciare spazio, il saper ascoltare. Come il profumo di un fiore, va incontro a tutti. Ecco perché sono ormai convinto che non c’è verità senza dialogo.

 

(Dal sito Vino Nuovo)