Circolazione vitale

drop-box-folder-white-iconLa Chiesa, amata e contestata. C’è un aspetto che non tutti vedono: la Chiesa come circolazione vitale. Quando c’è comunicazione, quando c’è scambio, quando c’è corresponsabilità…

La richiesta del vescovo di avere dei «ritorni» sulla sua ultima lettera pastorale è l’occasione per mettere in moto questo flusso. Il sito potrebbe diventare un canale, per cui provo ad aprire la strada nella speranza che altri seguano.

Non pretendo di fare grandi analisi. Mi limito a segnalare due segni che conosco, perché sono parte della mia esperienza. Li considero due possibili modi di trasmettere la fede battesimale che vanno nella direzione indicata dal vescovo.

Da alcuni mesi, con un gruppo di genitori di bambini dai 2 ai 5 anni, proponiamo ai piccoli un’attività per farli accostare, durante la Messa, alla Parola del giorno. Nata dalla difficoltà pratica di partecipare alla liturgia con i piccoli, questa esperienza fa condividere a genitori e figli l’ascolto della Parola.

È partito a Crema il nuovo Centro di ascolto delle povertà. L’ascoltare, l’esserci, il mettersi a disposizione è un annuncio muto, ma forte. Alla comunità dice: «Vivere il battesimo non è ripiegarci narcisisticamente su noi stessi, ma coinvolgerci, esserci per gli altri». Per tutti, è una «carta d’identità» della comunità cristiana.

Offro anche qualche spunto, rimandando agli articoli della settimana per ulteriori elementi con cui arricchire il quadro.

Per il cammino futuro: vale la pena di aggiungere nuove proposte e prospettive? Piuttosto, non sarebbe meglio metterne a fuoco alcune tra quelle toccate in questi anni per sottolinearle e approfondirle?

Le unità pastorali, le collaborazioni tra parrocchie, il diaconato permanente… Sono accorgimenti per arrivare a parrocchie più grandi, perché ci sono meno preti? Oppure, sono occasioni per ripensare il modello di parrocchia? Riusciamo a immaginare le parrocchie dei prossimi vent’anni? E quali figure di preti e di laici le animeranno?

Infine, l’essere cristiani spesso sembra consistere nella partecipazione a determinate «attività ecclesiali». Sembra meno importante la preghiera come possibilità di aprirci a Dio, di ascoltare la sua voce e di entrare in comunione con lui e dunque con gli essere umani e con tutte le creature del cosmo. Non è un rischio che corriamo anche noi, nella nostra programmazione pastorale?