La sfida della famiglia oggi

(di Serena Noceti) Dopo Family 2012, che cosa significa occuparsi di famiglia oggi?


«Lavoro e festa» sono l’angolo prospettico sotto il quale è stato avvicinato il delicato tema della famiglia nell’incontro mondiale appena conclusosi a Milano. La prospettiva adottata intercetta con intelligenza preoccupazioni vitali per ogni nucleo familiare, raccoglie nella fatica post-moderna di armonizzare i «tempi del vivere» i difficili equilibri tra la sfera del personale e le esigenze del sociale e ricolloca così – là dove si gioca chiaramente la relazione tra scelte individuali e struttura sociale – la questione che il magistero cattolico da alcuni decenni considera centrale: il riconoscimento della famiglia quale struttura basilare della società. La preoccupazione per la tenuta del tessuto sociale in occidente e il richiamo a ripartire da questa «cellula base» per vivere relazioni, appartenenza, dinamiche culturali sono emersi con chiarezza dalle parole del papa, insieme all’appello a una politica che formuli criteri per ripensare welfare, sistema economico, mercato del lavoro in modo da salvaguardare l’istituto familiare che sperimenta fragilità sempre più evidenti e insieme rappresenta, in questo tempo di crisi, uno dei luoghi di «tenuta» sociale ed economica più rilevanti.

 

Un tale richiamo al «fare famiglia» sotto questa prospettiva di lavoro e tempi di vita risuona indubbiamente utile proprio nello scenario italiano, segnato da una «cultura della famiglia» che rimane diffusa e radicata ma che è particolarmente debole sul piano legislativo proprio in ordine alle politiche per le famiglie.

 

Allo stesso tempo non si può non rilevare che proprio il «dossier famiglia» fa percepire la difficoltà che la Chiesa cattolica e il suo magistero hanno nell’interpretare i cambiamenti sociali avvenuti nell’ultimo secolo. Le trasformazioni nella relazione di coppia e nei ruoli familiari, la priorità riconosciuta al codice affettivo rispetto alla regolazione oggettiva dell’impegno, il superamento di logiche di autorità e lo spazio dato alle dinamiche comunicative, il riconoscimento della soggettualità dei bambini e la crisi della maschilità, il pluralismo di modelli familiari presenti, hanno inciso profondamente sulla strutturazione delle famiglie: «fare famiglia» si dà secondo nuove forme e nuovi significati.

 

Al di sotto della parziale recezione di queste prospettive da parte del magistero sono individuabili due questioni nodali non ancora adeguatamente tematizzate nell’immaginario cattolico: la soggettualità libera delle donne (non riducibile mai al solo «sponsale-materno») e l’autonomia di pensiero e di scelta dell’adulto. La parola della Chiesa appare oggi poco significativa proprio perché non capace di intercettare il ridefinirsi dell’umano intorno a queste due prospettive del moderno: stigmatizza così comportamenti individuali secondo un codice non più condiviso, perpetua stereotipi di genere, si arrocca nel ripetere un già esperito, perché non si fa interpellare fino in fondo dal cambiamento delle relazioni affettive e dalla ri-collocazione della famiglia nell’insieme delle dinamiche sociali. Proprio perché appaiono essenziali gli appelli al valore della persona, l’attenzione alle relazioni primarie davanti all’anonimato crescente, il richiamo al ruolo proprio della famiglia per l’educare e per il passaggio tra generazioni, la Chiesa in Italia non può pensare di imboccare la sola via di un’influenza politica della gerarchia per modifiche sul piano legislativo. Rischia di risultare inadeguata al futuro la posizione di chi sottovaluti la trasformazione avvenuta e lo sviluppo di una pluralità di modelli familiari e pretenda di pensare la famiglia intorno a una sola «forma» (per molti ormai anacronistica), in una società che in ogni caso non si sviluppa più per adeguamento a procedure standardizzate o a modelli predeterminati socialmente.

 

Per la società italiana come per la Chiesa la sfida rimane quella di apprendere dalla famiglia di oggi la sua logica più rilevante: abitare il quotidiano creando di volta in volta, con laboriose negoziazioni comunicative e per via di mediazione, gli spazi e i tempi del «con-vivere».

 

Serena Noceti (l'Unità, 4 giugno 2012)