Una fede che unisce e non divide

Appunti sulla fede (1).

 

La Chiesa cattolica si avvicina all'anno della fede, indetto da Benedetto XVI. Dovrebbe essere un'occasione per mettere a fuoco ciò che è essenziale per un cristiano. Vorrei dare anch'io un contributo, iniziando questi appunti che conto di portare avanti nei prossimi mesi.

 

Comincio chiedendomi: che scopo ha interrogarsi sulla propria fede? C'è un primo rischio da evitare, cioè che si tratti di un atto autoreferenziale. In tal caso, l'anno della fede sarebbe un evento che interessa solo i cattolici e non va in nessun modo a toccare tutti coloro che non lo sono. In un mondo globalizzato e plurale, dove non c'è più una "società cristiana", non ci si può rivolgere solo a se stessi, fingendo che gli altri non esistano o non contino. Sarebbe l'atteggiamento di una setta, ripiegata su se stessa che non sa stare e comunicare nel mondo che cambia.

 

Alla base dell'autoreferenzialità, sta l'equivoco di confondere l'esperienza di Dio con un'identità religiosa da ribadire e affermare.

 

La tentazione identitaria è una delle vie di fuga più facili, in questi nostri tempi minacciati dall'angoscia: sottolineare che cosa ci differenzia dagli altri in chiave di esclusione e contrapposizione, per sentirsi rassicurati e superiori. E' quella che il teologo Paolo Gamberini definisce "identità senza l'altro", tendenzialmente fissista.

L'autentico è dato a priori ed è già contenuto in se stessi: gli altri, quelli là fuori, possono solo inquinare o distrarre dalla purezza identitaria. L'identità religiosa viene quindi costruita attraverso confini rigidi ed esclusivi. Ci si chiude verso l'altro, o nel caso più estremo, si arriva all'epurazione dell'altro.

 

Questa visione delle cose finisce con il giustificare il disprezzo o perfino la violenza, dal momento che l'altro è colui che sta nell'errore e non gli si possono perciò riconoscere piena dignità e pieni diritti. Possiamo riscontrare un tale modo di pensare in vari momenti della storia cristiana e anche in figure di prima grandezza, per dire quanto sia un virus contagioso e pericoloso.

 

Si pensi a quanto afferma S. Agostino nella sua Epistola 125 a proposito della persecuzione:

La chiesa perseguita per amore, gli empi per crudeltà.

 

Qualcuno dirà che si tratta di altri tempi e di un'altra mentalità, che non possiamo giudicare con i parametri di oggi. Non dobbiamo, però, dimenticare che prima di Agostino, nella lettera a Diogneto troviamo un messaggio ben diverso:

A Dio non si addice la violenza. Dio mandò suo figlio per chiamare non per perseguitare; lo mandò per amore non per giudicare (VII, 4).

 

Dovrebbe risultare evidente che quest'ultimo atteggiamento è davvero conforme a Gesù e al Vangelo.

 

Una fede che ha bisogno del disprezzo e della forza, per essere annunciata agli uomini, non è né forte nè autentica. E' piuttosto debole e superficiale. Non fa affidamento sullo Spirito del Signore e sulla sua Parola, ma ha di mira la conquista. Nasconde l'amore di sé, il desiderio di imporsi sugli altri, strumentalizzando Dio come alibi.


Se possedessi tanta fede da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, non sarei nulla (1 Cor 13,2).

 

La vera fede si associa alla carità, avvicina agli altri.


Il frutto dello Spirito è amore, gioia, pace, magnanimità, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé (Gal 5,22).

 

Nel nostro tempo diviso e in preda all'angoscia, la vera fede non favorisce il conflitto ma è un segno di unità. Oggi, 21 maggio, l'icona della fede che unisce sono i 7 monaci trappisti di Thibirine, uccisi nel 1996 e la cui vicenda è stata raccontata anche nel film Uomini di Dio.



Christian Albini