La famiglia, luogo di amore, fiducia e speranza

(di Enzo Bianchi) Riproduciamo la prima parte dell'intervento tenuto l'1 giugno a Family 2012 dal priore di Bose, che è stato tra gli oratori dell'incontro mondiale delle famiglie.

  1. La famiglia

Quando noi cristiani pensiamo alla famiglia o parliamo di essa, dobbiamo innanzitutto considerare la famiglia all’interno della storia degli uomini: la famiglia che nelle diverse epoche ha subito, e subisce ancora, molte trasformazioni.
La prima forma di famiglia testimoniata dalla Bibbia è quella patriarcale del tempo nomadico: diverse generazioni vivevano come clan, come gruppo in cui il protagonista era il patriarca. Venne in seguito l’epoca sedentaria, agricola, e la famiglia assunse una nuova forma, abitando villaggi, borgate e poi città, in piccole case dove non era più possibile la coabitazione di diverse generazioni. Ancora, diversa era la famiglia in diaspora, nel tempo dell’esilio, all’interno di una marea di gojim estranei e ostili, e diversa era la famiglia all’epoca di Gesù, collocata nel contesto di villaggi segnati da attività prevalentemente artigianali e commerciali.

Ma se è vero che la struttura e la forma della famiglia sono mutate e mutano, resta però sempre decisivo e, in un certo senso immutabile, il vivere la famiglia come una realtà caratterizzata da relazioni di amore che diventano storia e che legano in alleanza tra loro un uomo e una donna e, nel contempo, le diverse generazioni. La famiglia dunque non va solo letta nella storia, ma va anche letta come amore che diventa storia, che si fa storia. La famiglia non è l’incontro occasionale di un uomo e di una donna; non è semplicemente, come per gli animali, il luogo in cui prolungare la specie. Per gli uomini la famiglia è storia: storia possibile di un inizio, di un’alleanza, di un perdurare nel tempo. Non a caso la famiglia è detta in ebraico bajit, in greco oîkos-oikía, ossia «casa», una realtà visibile, riconoscibile e riconosciuta, che è lo spazio vitale della famiglia.

Ma quali sono, per la fede nel Dio di Abramo e di Gesù Cristo, gli elementi decisivi della famiglia? In primo luogol’amore: la famiglia è il luogo dell’amore, l’epifania dell’amore, l’alleanza nell’amore. Il patto nuziale che fa dell’uomo e della donna «una sola carne» (Gen 2,24; cf. Mc 10,7-8; Mt 19,5-6; Ef 5,31), è la prima affermazione dell’amore, è un amen detto all’incontro tra i due partner, tra le due alterità, è un antidoto al vivere senza l’altro. L’amore genera l’alleanza e l’alleanza a sua volta genera paternità, maternità e quindi fraternità, sororità, tutte relazioni originarie essenziali alla vita. È innanzitutto nella famiglia che ognuno di noi conosce l’amore «passivo» su di sé (si è amati da quelli che ci fanno venire al mondo) e poi l’amore attivo per l’altro; è nella famiglia che si impara a «uscire» da essa per esercitarsi nell’amore, creando una nuova famiglia. Ciò che dell’amore viviamo e sperimentiamo nella famiglia, è decisivo per la vita e per la capacità di amare.

Ed è proprio nella famiglia che si impara anche lafiducia. Ora, se è vero che già nella vita intrauterina il nascituro sente se può o non può mettere fiducia in colei che lo porta in grembo, nel venire al mondo e nell’umanizzarsi è assolutamente necessario mettere fiducia nei genitori, nei fratelli, nelle sorelle e ricevere da loro fiducia. La vita di ciascuno di noi dipende soprattutto dalla nostra capacità di credere, di avere fiducia negli altri, nella vita, nel futuro, di accettare la fiducia degli altri (1): ma questo è un insegnamento che si riceve innanzitutto nella famiglia.

Infine, nella famiglia si può accedere alla speranza, si può vincere la disperazione che incombe su ogni vita: avanzando nella vita si comprende che si può solo sperare con gli altri, e nella famiglia «sperare insieme» è necessario per imparare ad abitare il mondo e il tempo.

Ma se è vero che quanto visto fin qui è ciò che sta a cuore al Signore riguardo alla famiglia, se questo esprime la vera vocazione della famiglia e disegna i tratti antropologici vitali per l’umanizzazione autentica, per vivere in pienezza e per costruire un’opera comune abitando il mondo, è ancor più vero che soprattutto nella famiglia è possibile vivere il comandamento dell’amore, trasmettere la fede, dare in eredità la speranza. Sovente si pensa che lo Shema‘ Jisra’el (Dt 6,4-5), il grande comandamento dell’amore per Dio che Gesù nei vangeli accosta a quello dell’amore per il prossimo (cf. Lv 19,18; Mc 12,29-31 e par.), non riguardi l’amore famigliare. Poiché l’amore famigliare – si dice – è generato da una scelta libera, da un’attrazione reciproca, da un istinto, dunque non è comandato, allora tale amore non rientra all’interno del comandamento.

 

Eppure l’amore per il prossimo individua chi è vicino, colui che decide di farsi prossimo all’altro (cf. Lc 10,36), e quindi riguarda anche la famiglia, il luogo per eccellenza della prossimità. L’amore reciproco tra sposi, l’amore reciproco ma non simmetrico tra genitori e figli, l’amore fraterno, stanno all’interno del comandamento che subordina tutti gli altri e che riassume tutta la Legge. Ecco l’amore radicale e fedele che non può essere smentito, l’amore che è sostenuto da un’alleanza, da un patto che Dio ha voluto e stipulato «mettendo sotto un unico giogo», «congiungendo, con-aggiogando» l’uomo e la donna. Un amore che l’uomo e la donna non possono disgiungere: «Ciò che Dio ha congiunto, l’uomo non lo separi», ha detto Gesù (Mc 10,9; Mt 19,6).

Nella famiglia l’amore è diffusivo: dai genitori ai figli, fino a farsi prossimo a coloro che sono senza famiglia, diventando padri e madri per gli orfani (cf. Gb 29,16), attentamente amorosi verso le vedove (cf. Sir 4,10), condividendo i beni dati da Dio al credente e alla sua famiglia (cf. Dt 26,1-11). Quanto alle esortazioni apostoliche sulla vita famigliare, sulla morale domestica – i cosiddetti «codici familiari» o «tavole domestiche» (cf. Ef 5,21-6,9; Col 3,18-4,1; Tt 2,1-10; 1Pt 2,13-3,7) –, è vero che essi attingono ai modelli dell’ambiente ellenico in cui erano presenti le chiese cristiane. Ma è altrettanto vero che l’etica in essi descritta è fortemente cristologica: essere sottomessi gli uni agli altri (cf. Ef 5,21), vivere nell’obbedienza reciproca (cf. Ef 6,1; Col 3,20), amarsi dello stesso amore di Cristo (cf. Ef 5,25), amare il proprio coniuge come se stesso (cf. Ef 5,33), tutto questo è vivere nell’agápe, è tradurre in pratica «il comandamento nuovo» dell’amore (cf. Gv 13,34; 15,12). Per questo il matrimonio, e quindi la famiglia, è «il mistero grande» proprio in riferimento all’agápe di Cristo per la chiesa» (cf. Ef 5,32). Sì, la sequela del Signore trova il suo primo luogo nella famiglia, e solo un’esigenza del Signore, una sua chiamata particolare o specifica può trascendere l’economia dell’amore famigliare. Per questo il comandamento dell’amore da parte dei figli verso chi ha dato loro la vita, tra le dieci parole della Torah è l’unica associata a una promessa di Dio: «Onora tuo padre e tua madre, perché si prolunghino i tuoi giorni» (Es 20,12; cf. Dt 5,16). In breve, se non si conosce l’amore in famiglia, come si potrà conoscerlo fuori di essa?

Quanto alla fede, sia per l’Antico sia per il Nuovo Testamento la famiglia resta il luogo privilegiato, «l’ambiente naturale della trasmissione della fede» (2). Sappiamo come nella tradizione ebraica la madre in particolare sia determinante per la fede dei figli e per la trasmissione della volontà di Dio, tanto che si potrebbe affermare: «Non c’è famiglia senza Torah, non c’è Torah senza famiglia». Nella vita della famiglia ebraica, significativamente, è presente non solo la liturgia famigliare dell’apertura del sabato, ma anche la grande cena pasquale, il seder, in cui il racconto della liberazione di Israele dalla schiavitù e della Pasqua è narrato ai figli, alle nuove generazioni. L’Haggadah pasquale è detta e ridetta perché la fede nel Dio go’el, liberatore, non venga meno di generazione in generazione. Qui è contenuto un grande insegnamento: il nostro Dio, che è il Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe… di Gesù Cristo, prima di essere il mio Dio è sempre il Dio dei miei padri, e quindi il Dio di quanti mi hanno preceduto, grazie ai quali l’ho sconosciuto come affidabile e dunque ho creduto.

Giovanni Crisostomo diceva ai cristiani: «Fate della vostra casa una chiesa»(3), e Agostino parlava di «chiesa domestica»(4), perché c’è analogia tra chiesa e famiglia. È stato un mio grande amico, il vescovo di Prato mons. Pietro Fiordelli, che ha fatto introdurre nella Lumen Gentiumqueste parole: «In questa che si potrebbe chiamare chiesa domestica (In hac velut ecclesia domestica), i genitori devono essere per i loro figli i primi maestri della fede e assecondare la vocazione propria di ognuno»(5). Genitori affidabili, credibili in quanto muniti dell’autorevolezza dovuta alla loro coerenza tra il dire, il vivere e il sentire, possono trasmettere la fiducia ai figli; possono preparare il terreno, predisporre tutto affinché la fede da loro trasmessa ai figli come fiducia forte, come capacità di credere, possa accogliere il dono di Dio, la fede che Dio dona a chiunque prepara il suo cuore a ricevere il suo dono. Se dei genitori sanno mostrare la loro fede in Dio e in Cristo, e dunque indicano, mostrano Dio e Cristo come affidabili, anche i figli si eserciteranno a credere. I genitori dovranno far vedere

che veramente credono a una presenza invisibile;

che realmente aderiscono al Dio vivente;

che quotidianamente si affidano a lui;

che con fatica ma con amore cercano di compiere la sua volontà, convinti che essa è vita per loro;

che amano il cristianesimo, e in esso Gesù Cristo che è il Vangelo e il Vangelo che è Gesù Cristo.

Credere insieme, esercitarsi nella fede si apprende nella famiglia. E questo vale anche per la speranza, perché la speranza è l’altra faccia della medaglia della fede: la fede, infatti, è «àncora di speranza» (cf. Eb 6,19). E così, con le parole e lo stile di vita si dà testimonianza e si trasmette in eredità la sequela del Signore. «Abbiamo creduto all’amore» (cf. 1Gv 4,16): questo è il canto, la testimonianza che i coniugi devono trasmettere ai figli e ai nipoti. «Abbiamo messo fede l’uno nell’altro (siamo stati fidanzati), poi abbiamo stretto un’alleanza nella fede, credendo all’amore»: questa è la sintesi della storia d’amore vissuta nella famiglia.