Dopo il voto

Il voto del 28-29 marzo era importante per il numero di regioni coinvolte. Ha anche offerto molti spunti di riflessione sull’impegno dei cristiani in politica, un tema importante per questo sito. Condivido allora alcune considerazioni che sono personali e non dell’intero gruppo redazionale.

1. Ha vinto il partito del non voto: l’astensione (oltre il 35%) ha superato il livello fisiologico. Anche in Lombardia. Sempre più cittadini rifiutano questa politica, incatenata dall’egoismo e dalla ricerca esasperata del tornaconto, e non trovano alternative credibili. Un primo compito della comunità cristiana non è quello di essere attenti alle loro voci e alle loro esigenze, davanti a questo evidente vuoto di rappresentanza?

2. Non si può negare, comunque la si pensi, che in queste elezioni c’è stato un serio problema di informazione, anche per l’interferenza della politica. Se si mettono a tacere delle voci, è sempre un danno per la democrazia. Alla fine, non si è di fatto parlato di programmi, di progetti, di problemi. Abbiamo avuto l’ennesimo referendum pro o contro Berlusconi, quando invece si trattava di un voto amministrativo. Anche i partiti dell’opposizione appaiono spesso lontani dal territorio e dalle situazioni che toccano le persone, più impegnati in giochi di alleanze e lotte di potere. Tra tutti, la Lega è senz’altro più attenta a questa dimensione e al ricambio dei candidati. Un altro impegno per i cattolici, allora, è quello di essere sentinelle che tengono desta l’attenzione sul Paese reale.

3. Nel mondo cattolico, l’attenzione dedicata al «caso Bonino» forse ha monopolizzato eccessivamente il confronto e condizionato la percezione dell’intera consultazione, confondendo la parte con il tutto. Alcune interpretazioni hanno suggerito una contrapposizione tra uno schieramento vicino al messaggio cristiano e uno avverso ad esso. Non è stato così. Vale la pena ricordare quanto scrivevano i vescovi della Lombardia nel 2006: «A nessuno è lecito rivendicare esclusivamente in favore della propria opinione l’autorità della Chiesa» (Gaudium et spes, n. 43). Di conseguenza, ci si deve guardare dalla tentazione di presentare se stessi o il proprio schieramento come il migliore o persino come l’unico interprete della dottrina sociale della Chiesa e dei suoi valori e principi, tacciando gli altri fratelli nella fede di minore fedeltà al Vangelo o di incoerenza con esso.
Nello stesso tempo dobbiamo sentirci impegnati a promuovere un’azione educativa costante e capace di aiutare tutti alla comune condivisione dei medesimi principi ispirati alla retta ragione e al Vangelo e, insieme, al rispetto delle posizioni e delle scelte “pratiche” di ciascuno. Infatti, dalla medesima fede e dal riferimento alla stessa ispirazione cristiana non derivano necessariamente identiche scelte programmatiche, politiche e di schieramento. Di conseguenza il giudizio su queste scelte non può essere formulato in nome della fede e dell’appartenenza ecclesiale.
Ai cattolici, perciò, non tocca benedire o demonizzare nessuna parte politica, ma saper valutare i comportamenti e le scelte con sguardo libero e critico, al di là delle preferenze personali.
(continua)

4. Le considerazioni precedenti conducono sul terreno delicato dei «valori non negoziabili». È un concetto che richiama alla coerenza: non si può enunciare un valore e poi smentirlo nei fatti. In quanto tale, un valore non è mai negoziabile. Il punto è il passaggio dal piano dei valori (o dei principi) a quello delle indicazioni operative. All’universalità e immutabilità dei valori fa riscontro l’inevitabile storicità della loro applicazione, la quale assume forme differenti nelle diverse culture. Lo ha illustrato chiaramente la Commissione teologica internazionale nel documento del maggio 2009 Alla ricerca di un’etica universale: nuovo sguardo sulla legge naturale (nn. 53-59). Spesso ho la sensazione che in politica il richiamo in astratto ai valori non negoziabili diventi un distintivo per legittimare se stessi e sconfessare l’avversario, ma che in realtà non ci sia un confronto libero e sereno sulla loro applicazione la quale si deve misurare con la variabilità delle circostanze storiche.

5. Che cosa sono, in ultima analisi, i valori non negoziabili? Non un codice etico. «All’inizio dell’essere cristiano non c’è una decisione etica o una grande idea, bensì l’incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva» (Benedetto XVI, Deus caritas est, n. 1). Il cristiano, rispondendo al dono di amore di Dio, orienta la propria vita all’amore di Dio e del prossimo (Marco 12,29-31) che non sono solo dei comandamenti, ma un modo di essere. Ciò che ha valore e non è negoziabile è il prossimo, è la persona. Una persona astratta, generica? No, la persona in carne e ossa che incontro, con la sua storia e i suoi bisogni reali (v. Luca 10,25-37: il buon samaritano).

Se il valore è la persona, è necessario difendere la vita nascente e denunciare l’aborto come un fatto negativo. Si sa che questo tema è divenuto incandescente sul finale della campagna elettorale. Però, il valore della persona vivente, soprattutto se debole ed emarginata, è associato anche ad altri beni che sono altrettanto importanti – perché le appartengono – e che vanno rispettati nella loro integralità. Lo hanno sottolineato i vescovi liguri nella loro nota del 23 marzo richiamando anche la tutela e il sostegno della famiglia fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna; il diritto di libertà religiosa, la libertà della cultura e dell’educazione. E quindi il diritto al lavoro e alla casa; l’accoglienza degli immigrati, rispettosa delle leggi e volta a favorire l’integrazione; la promozione della giustizia e della pace; la salvaguardia del creato. Non basta allora dichiararsi antiabortisti per essere coerenti con la fede cristiana in campo politico. Vanno vagliate tutte le scelte di ciascun partito.

6. Chiudo con una domanda: perché il confronto su questi temi è legato solo agli interventi episcopali, mentre i cattolici impegnati in politica o sono occupati a parlare d’altro oppure si lanciano reciproche scomuniche? All’interno della comunità ecclesiale, dietro all’accordo di facciata, ci sono tensioni molto forti al riguardo. Anche nella nostra diocesi.
Eppure, già al Convegno di Palermo si era parlato dell’esigenza di spazi di discernimento comunitario, esigenza rilanciata a Verona. Non mancano le proposte in tal senso. Enzo Bianchi, p.es., ha suggerito l’istituzione di un forum, un luogo in cui i semplici cristiani e i pastori potessero confrontarsi, riflettere e dibattere sui diversi temi che emergono nella società e sui quali diventa necessario prima o poi un intervento legislativo. Un’assemblea di credenti, ecclesiale nella sua natura e qualità, che insieme cercano, riflettono, discutono e cercano di giungere a una convergenza sulle esigenze dettate dal vangelo in un determinato luogo e in un determinato tempo. Nell’ambito pre-politico e pre-economico, senza cioè giungere a esprimere soluzioni tecniche. Non sono idee da riprendere per far sì che tutta la comunità cristiana sia coinvolta insieme ai pastori?
 
Per approfondire: Giacomo Costa, Il bello della politica, in Aggiornamenti Sociali, n. 4 (2010)