"Chi te lo fa fare?"

In seguito al susseguirsi di rivelazioni sugli abusi sessuali da parte di esponenti del clero cattolico, una persona mi ha chiesto scherzando, ma fino a un certo punto: «Chi te lo fa fare a essere cattolico? Non puoi credere in Dio e negli stessi valori anche senza la Chiesa?».

Mi ha spinto a riflettere su che cosa significa per me, al di là del fatto sociologico, essere cattolico.

Non è facile da spiegare in breve; è una storia molto personale…

Sicuramente, all’origine c’è l’essere affascinato dalla persona di Gesù e da alcune persone incontrate che mi hanno fatto vedere cosa significa cercare di essere suoi discepoli. Ed essere suoi discepoli significa anche stare insieme, in una comunità.

«Quando è morto Gesù – scrive il domenicano Timothy Radcliffe – la sua comunità si disperse. Lui era stato tradito, rinnegato e la maggior parte di suoi discepoli erano fuggiti. Erano state in particolare le donne ad accompagnarlo fino alla fine. Nel giorno di Pasqua era apparso ai suoi discepoli. Era accaduto ben di più della semplice rianimazione fisica di un cadavere. In lui Dio aveva trionfato su tutto ciò che è in grado di distruggere una comunità: peccato, viltà, menzogna, fraintendimento, sofferenza e morte. La Resurrezione ha reso visibile al mondo una comunità sorprendentemente rinata. Questi che si erano mostrati codardi e l’avevano rinnegato si trovavano di nuovo radunati insieme. Non era stato un gruppo affidabile, e avrebbero dovuto vergognarsi di ciò che avevano fatto, ma nonostante tutto essi erano di nuovo insieme».

Credo che fare parte della Chiesa voglia dire essere uniti da qualcosa che supera i meriti e soprattutto i demeriti delle persone che ne fanno parte, a cominciare dai miei. Dio ci ha amati per primo e ci rende capaci di amare oltre le nostre forze, come spiega Giovanni nella sua prima lettera. Ecco: faccio parte della Chiesa per riuscire ad amare di più e meglio.

Per cui, quando Benedetto XVI dice che abbiamo bisogno di imparare ad ascoltare Dio e non la nostra volontà, di rinnovarci, di fare penitenza, sono convinto che sia vero. Vale per me, per ogni cristiano, per tutta la Chiesa: abbiamo bisogno di crescere nell’amore.

Non a caso il Concilio Vaticano II ha affermato: «Ogni rinnovamento della Chiesa consiste in una fedeltà più grande alla sua vocazione. La Chiesa è chiamata a questa continua riforma» (Unitatis Redintegratio 6).

Anche il papa parla di riforma, come ricerca di una fedeltà più grande al Vangelo. Un processo di novità nella continuità, dove egli identifica l’aspetto duraturo con i principi essenziali e il mutamento con le forme concrete della loro applicazione (Discorso del 22 dicembre 2005). Si tratta di comprendere meglio le verità di fede ed esprimerle in modo nuovo, secondo le esigenze del nostro tempo. Si tratta anche di abbandonare alcune forme storiche in favore di altre per raggiungere una più profonda aderenza al Vangelo, di rivedere alcune decisioni e alcune posizioni, come è già avvenuto per esempio con il divieto di leggere la Bibbia.

Siamo tutti in cammino.

La Chiesa, secondo Paolo, è un corpo: ci sono diverse membra, cioè diversi carismi, diversi ruoli (1 Corinzi 12-14). Lo Spirito ripartisce i suoi doni di grazia tra tutti i credenti, nessuno escluso, in modo che nessuno può dire di possederli tutti e nessuno può ritenersene privo. Allora, tutti partecipiamo al processo di rinnovamento della nostra Chiesa. È la cosiddetta corresponsabilità. È un discernimento comune.

Certamente c’è una diversità di ruoli e ministeri da rispettare. Lo stare insieme non può essere anarchia. Però, è indispensabile che si possa comunicare liberamente, che ci sia comunicazione a tutti i livelli, ascolto di tutte le voci. Insomma, quella che Pio XII definì «opinione pubblica nella Chiesa», distinta sia dal muto servilismo che dalla critica incontrollata (Discorso del 17 febbraio 1950).

Per me, partecipare a questo sito significa provare a contribuire a tutto ciò. Cercando di esprimermi in modo mite e nonviolento. Cercando anche di confrontarmi con le posizioni più forti e sgradevoli. Senza necessariamente condividerle, ma anche senza nasconderle.

Faccio un esempio. Il teologo Hans Küng ha attaccato duramente Benedetto XVI, dichiarando fallimentare le sue scelte pastorali. Piero Coda, presidente dell’Associazione Teologica Italiana, ha replicato in un’intervista, definendo l’analisi di Küng approssimativa e caricaturale. Personalmente, trovo che Küng sia eccessivo, spinto anche da sentimenti dovuti ai suoi passati rapporti personali con Joseph Ratzinger. Però, sono anche d’accordo con Coda quando riconosce che ci sono questioni alle quali la Chiesa deve prestare maggiore attenzione, come il ruolo del laicato e della donna.

Perciò sono convinto che si debba sviluppare nella Chiesa una comunicazione in cui ci sia più complementarietà e meno uniformità. Il che significa anche avanzare delle critiche costruttive.

Poi, le mie opinioni sono certamente discutibili e relative. Nel mio modo di presentarle posso commettere degli errori. Spero che gli altri credenti me lo dicano apertamente e serenamente. Senza accuse o condanne a priori. Spiegandomi le proprie ragioni e con la disponibilità ad ascoltare le mie. Chiedo, insomma, quell’anticipo di simpatia senza la quale nessuna comprensione è possibile.

Per approfondire: l'attacco di Kung e la risposta di Piero Coda.